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9 luglio 2006, un anno dopo

Non sono ammattito, non è un post calcistico.

Ma mi fa piacere pensare che tutto sia iniziato quella notte.

Dopo che mi sono guardato “Notte prima degli esami oggi” (chissà se faranno anche il sequel del sequel – comunque carino) ho avuto voglia di andarmi a rivedere le immagini di quelle notti. E ho fatto quest’ora guardando le partite contro Germania e Francia, quei supplementari leggendari, quei rigori finalmente assurdi.

Non sono un patito di calcio, non lo sono mai stato. Mi piace guardare ogni tanto qualche partita, ma il calcio italiano mi annoia. Non è per snobismo (non so nemmeno cosa sia uno schema) ma perché esigo lo spettacolo.

Quello spettacolo che non è mancato in almeno due delle partite dei mondiali tedeschi.

La partita contro l’Ucraina (ma quanti Zambrotta c’erano in campo?) e la semifinale contro i padroni di casa.

L’emozione ha fatto il resto. Non è questione di patriottismo, ma di qualcosa che ci unisce, anche se per poco.

Riguardando quelle partite piango. Per me quei giorni resteranno qualcosa di indelebile. La vittoria l’ho scordata, ma c’è qualcosa nel cuore che resta. Persone, luoghi, un forte batticuore. E pensieri, che restano lì sospesi, e ritornano prepotenti.

Ad esempio la seconda cosa che ho pensato dopo il gol di Grosso: la prima ovviamente è stata goooooooooooooooooooool! Poi, incurante di aver tirato in terra un tavolino su cui stavano bottiglie e bicchieri di birra (cara mamma di Stefano, non mi sono mai scusato, ma forse dopo un anno sarebbe il caso che lo facessi) (lo stesso Stefano, alcuni giorni dopo, mi rinfaccerà che il puzzo di briao non andava via nemmeno con le bombe…) …dicevo, incurante dei miei disastri nucleari ho pensato: “Ma come cazzo hai fatto?”. Tuttora, se avessi di fronte a me Grosso (ne dubito mi vorrà rispondere – ma se mi lascia un commento ne sarò felice) gli chiederei: ma anche se tu lo riprovassi duecento volte in allenamento, un gol del genere lo rifaresti anche solo una volta? Ma soprattutto, davvero stavi tentando un tiro del genere oppure t’è capitato, provando a fare un cross sbilenco? Perché sai, mi sono riguardato un’infinità di volte quella scena, e ormai ce l’ho scolpita nella mente, e tutte le volte penso che tu non possa essere così matto da aver tentato davvero una cosa del genere. Nessuno sano di mente l’avrebbe fatto. Ma forse è vero che la fortuna aiuta gli audaci, e tu ne sei solamente la riprova. E forse la seconda riprova sta nell’azione successiva, quando Giardino tenta la sorte servendo Del Piero. Niente da ridire su Del Piero, ci mancherebbe (anche perché sennò Rousci mi riempie di virus), però non è certo uno che nelle occasioni importanti sa fare il suo mestiere. E invece. E invece ci riesce, e fa un pallonetto che – oddio va fuori oddio va fuori oddio va fuori – finisce in rete. E resto lì, mentre il mio corpo salta di nuovo in piedi distruggendo ancora di più quello che ancora da distruggere c’è in casa di Stefano, incantato, e penso (forse a questo punto Carlo mi sta strizzando le palle ma non ci fate caso): cazzo, ma se l’ha fatto davvero qualcosa vorrà pur dire. Forse quest’anno la storia finirà in modo diverso. Forse, ma per ora accontentiamoci di questa squadra che ci fa vedere lo stadio della finale. E poi è così strano abbracciare persone che allegramente ignori per il resto dell’anno… Lasciamo passare questa notte. Arriviamo in città, e vediamo un po’ di gente che, come me, impazzisce per qualcosa che il resto dell’anno ignora, o critica. Viva la notte.

Ricordo che i giorni seguenti soffrii quella notte. Mi presi una frescata, qualche linea di febbre che però non mi impedirono di essere sul campo la sera in cui la Francia – lo sentivo – ci avrebbe battuto. O meglio, la sera in cui l’Italia avrebbe perso. Perché è sempre successo così. Non l’ho mai vista vincere, e sul più bello ci siamo fregati con le nostre mani. D’accordo le belle partite, d’accordo Del Piero che – chiamato dal destino – risponde, d’accordo… però. Il però prende forma sul maxischermo già dai primi minuti. Ricordo una partita orribile, e n’importe pas se qualcuno molto più competente di me potrà e vorrà dire il contrario. C’ero io, seduto su quel pavimento, e nessuno può togliermi il ricordo di quella partita schifosa. Il fallo di Materazzi, il rigore tirato da Zidane sulla traversa. E’ fuori, è fuori!, ma ci credo solo io. E’ già finita per me. E forse qualcun altro, come me, lo pensa, ma non lo dice. E invece. E invece l’uomo (non solo il calciatore) meno probabile al mondo fa vedere che lassù qualcuno ci ama. Lui qualcuno ce l’ha al sicuro, e lo mostra a tutti con quegli indici al cielo, verso qualcuno che è fiero di lui anche se tutti lo considerano il peggior macellaio che un attaccante può incontrare. Quella notte è la notte di Materazzi. Da quella notte è amato e rispettato, anche se solo cinque minuti prima chiunque l’avrebbe voluto ammazzare. Non voglio farne un santo, ma bisogna dargli quel che si merita, cioè che ne è entrato animale (vedi Francia in vantaggio) e ne è uscito campione. Non è una questione di pura fortuna: non si fa tutto questo senza tanta determinazione e testardaggine. Ancora un’altra dimostrazione che la fortuna aiuta gli audaci, ancora una volta seguita dall’oblio di una partita lenta, fallosa, inutile. Se non si sapesse di che la sconfitta è probabile si chiamerebbe sofferenza. Fortuna che io in campo non c’ero, perché fra quelli in campo questa cosa si chiama tener duro. In qualche modo ci credono. E arrivano ai rigori in pari, senza la solita nostra consapevolezza che gli altri vinceranno. Riguardare i rigori mi procura sempre gli stessi pensieri, tranne che quella sera non pensavo. Ho avuto il mio più lungo blackout cerebrale da quando sono nato. Mi sentivo come ricoperto di ovatta. Non credo di aver esultato durante i rigori. Ricordo solo il divano. Ricordo che forse ero da solo, ma che comunque solo mi sentivo. Unico pensiero (non me ne vogliano i fan) durante la rincorsa di Del Piero. A distanza di un anno quando lo vedo penso ancora: non lo sbagliare non lo sbagliare non lo sbagliare. E Del Piero non sbaglia. Qualcosa vorrà dire. Poi niente, il buio, solo urla e qualche immagine dallo schermo. Una coppa alzata al cielo, e un senso di vuoto. La fine, che si guardi da vincitori o da vinti, è pur sempre la fine. Quella parentesi che ci aveva riempito le giornate, che ci aveva accompagnato, quella tensione che ci legava non c’era più. Non è che non abbia festeggiato, anzi. Ricordo bene la notte del 9 luglio 2006. I caroselli, la festa sul camion, la febbre che mi faceva girare la testa, qualche cretino completamente nudo, qualche giovincella con le tette al vento, i miei occhiali perduti per sempre sotto le ruote di un motorino. Ma per me era una festa d’addio, di una stagione che non ritornerà mai più. Come tutti gli addii, un po’ gioia un po’ pianto. Era passato il primo mese di stage, ero nel pieno di una transizione (anche se non lo sapevo), e l’estate del 2006 si era macchiata di un azzurro che però stava terminando il suo effetto.

A luglio 2007 ci sono due frasi di allora che mi fanno tirare le somme. Caressa (se non sbaglio era lui il commentatore), pochi istanti dopo il rigore di Grosso, con il groppo in gola urla “guardate dove siete, perché non ve lo dimenticherete mai… guardate con chi siete, perché non ve lo dimenticherete mai”. A questo punto di solito le lacrime si fanno più grosse. Dove sono lo so, e anche il padrone di casa non lo dimenticherà tanto facilmente. Ma con chi… beh questo è più difficile. Sono con persone diverse da me, ma che ancora non ho capito quanto siano diverse. O meglio, quanto io sia diverso da loro. Sono con persone con cui Italia – Francia è l’ultimo legame. Penso a quanti sono rimasti lì, mentre i miei motori chiedevano spazio per correre. Fra queste persone c’è Martina. Sinceramente, non so dove sia durante la semifinale. Proprio non riesco a visualizzarla. E so che durante la finale c’è, ma è già come se fosse già sparita. E’ per questo che mi piace pensare che tutto sia finito lì.

O meglio, che tutto sia cominciato lì.

No, non dimenticherò dov’ero il 9 luglio 2006, né con chi ero. Continuerò a piangere alla fine dei supplementari contro la Germania e a pregare che Del Piero non sbagli il rigore contro la Francia.

Ma tutto questo va al di là del calcio. Il calcio è solo un gioco. La vita… beh forse anche la vita è un gioco. Ma anche se lo è, sono io quello in campo. Quello che vuole vincere. Sono io quello che ci ha creduto. Quello che ha pianto quando il distacco sembrava enorme ma che ha continuato a lottare. Certo, ho avuto a fianco ottimi compagni. Ma come la squadra che il 9 luglio 2006 era in campo, anche io a dispetto degli scettici ho deciso che il mio momento era arrivato. Che dovevo credere nei miei sogni.

E’ passato un anno da allora, e mi sento sempre in pieno secondo tempo. Ripensarci mi fa sentire che la testardaggine paga.

E allora continuo per la mia strada.

Buonanotte.

Una notte (anche se una sola) da campioni del mondo.

Pubblicato il 7/7/2007 alle 2.11 nella rubrica cazzacci miei.

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